martedì 4 agosto 2009

Le linee politico-programmatiche di SILVIO LAI


Il Coraggio della Speranza.
Idee per una Sardegna più giusta e più moderna
Libera, responsabile, solidale, democratica: idee per una Sardegna più giusta e più moderna
Restituire il coraggio della speranza. Osare la bellezza della Politica.
1. Il Congresso del Partito Democratico si svolge in un tempo tra i più cupi per i progressisti e i riformisti nella nostra isola e nel Paese.
Mentre imperversa la crisi in tutto il mondo e cresce il numero di persone che perdono il lavoro, le forze politiche riformiste in Europa si attestano su posizioni sempre più minoritarie.
La sconfitta subita dal centrosinistra alle elezioni politiche del 2008 sembra il prodotto d’un’egemonia conquistata dalla destra destinata a durare, nonostante il fatto che i valori culturali e politici su cui s’è basato il liberismo negli ultimi 25 anni siano ormai sconfitti nel cuore stesso della metropoli mondiale, gli Stati Uniti di Barack Obama.
In Italia, gli interpreti spregiudicati di quell’ideologia ormai fuori stagione nel mondo riscoprono in realtà una vecchia costante della politica italiana, quel liberismo nazionalista che ha segnato il Novecento, che non esita a utilizzare lo Stato e la spesa pubblica per rafforzare un blocco sociale e politico conservatore.
Nordista e classista, questa politica non è in grado di favorire un vero e consolidato sviluppo economico anzi il liberismo nazionalista della destra italiana è in questo singolare: accentuazione del laissez faire associato alla spesa pubblica espansiva, senza alcuna politica di redistribuzione.
Le elezioni europee segnalano che non c’è ancora un’egemonia della destra politica e culturale consolidata tra gli italiani, ma i milioni di elettori persi in un solo anno dal Partito Democratico e dal centrosinistra confermano una percezione di divisione e di incapacità di guidare una fase di innovazione e di uscita dalla crisi.

2. In un contesto sociale ed economico in progressivo mutamento, le elezioni regionali in Sardegna sono state una tappa determinante della sconfitta della proposta politica nazionale dei primi 20 mesi della vita del Partito Democratico e hanno segnato la più grande sconfitta per il centrosinistra nella storia recente dell’autonomia. Con molte responsabilità e conseguenze che il Partito Democratico ha il dovere di affrontare nel congresso e di gestire nel rapporto con le forze politiche e sociali in Sardegna.
La coalizione di centrosinistra si è disarticolata, dopo più di quarant’anni, il Partito Sardo d’Azione ha scelto l’alleanza programmatica con il centrodestra, le forze di minoranza in Consiglio Regionale hanno la dimensione più ridotta degli ultimi 30 anni, per la prima volta il Partito Socialista non è presente nel Parlamento Regionale e, soprattutto, si è spezzata una relazione storica con il complesso del mondo sindacale e associativo. Tutto avviene mentre la società sarda si mostra sempre più spaventata e preoccupata per il futuro e l’assenza di una disegno chiaro in grado di favorire scelte condivise.
Per questi motivi rappresentare con franchezza le cause della sconfitta elettorale in Sardegna, analizzare questi ultimi anni, impegnarsi a comprendere le motivazioni del comportamento politico dei sardi, è condizione indispensabile per ripartire, per ricostruire un partito credibile come forza di governo alternativo al centrodestra, e capace di vincere di nuovo dopo tante sconfitte. Perché per vincere innanzitutto è necessario un partito, normale e ordinato, dotato di luoghi di partecipazione e governo democratico, di una strategia di alleanze credibili e di un progetto partecipato di governo della Sardegna.

3. Esiste un percorso parallelo della politica nel Paese e nella nostra regione che dapprima sfasato di qualche anno, proprio negli ultimi mesi sembra essersi perfettamente affiancato.
A seguito della caduta dei partiti storici con la politica nel Paese che si è riorganizzata in uno schema sostanzialmente bipolare, la risposta del centrosinistra a Berlusconi nel 1996 e nel 2006 è stata un’estesa coalizione guidata da un uomo non impegnato nelle competizioni interne di partito ma per niente estraneo alla politica dei partiti né al governo. Berlusconi perde con Prodi in entrambe le occasioni e vince nel 2001 contro il leader della Margherita Rutelli e nel 2008 contro il leader del Partito Democratico Veltroni.
In Sardegna sono gli anni della presa d’atto della esigenza di un nuovo percorso in grado di accompagnare interessi e aspettative dentro una nuova stagione di crescita civile. Sono gli anni del conflitto politico interno alle coalizioni, nel centrosinistra prima e nel centrodestra poi con un bilancio finale conclusivo di forte crisi nel rapporto tra partiti e cittadini. Mentre il Parlamento Italiano riformava settori fondamentali delle politiche sociali e sanitarie, dei servizi pubblici e alla comunità, delle risorse globali come l’acqua, l’ambiente e il paesaggio, in Sardegna il tempo trascorreva inutilmente e si continuava ad operare con una legislazione ed una programmazione in ritardo di dieci e venti anni.
È in questo contesto che in una parte del centrosinistra matura l’ipotesi di cercare un valore aggiunto ai partiti della coalizione attraverso una leadership non proveniente dal mondo politico.
Un esperimento che assume il profilo di uno straordinario successo elettorale del centrosinistra di Sardegna Insieme ma con i partiti e le istituzioni in Sardegna che si trovano impreparati ad affrontare il nuovo equilibrio di poteri provocato dalla elezione diretta del Presidente della Regione. A cui si aggiungeva una enorme aspettativa sulla figura del Presidente che appariva in grado di raccogliere le speranze di cambiamento e di realizzarle sulla base della sua credibilità personale, morale e culturale.

4. La leadership istituzionale ha interpretato con poca politica la diffusa convinzione che i partiti non fossero più in grado di costruire soluzioni praticabili a tutela dei diritti dei cittadini privilegiando la rappresentazione comunicativa del programma e del progetto ai diritti di rappresentanza delle forze politiche, in questo svilendone il ruolo quali interpreti delle legittime aspettative del cittadino elettore.
La debolezza dei partiti ha poi impedito la possibilità di fortificare e di innovare le istituzioni, o di modificarle in maniera condivisa e per questo permanente. I tentativi fatti sono stati per questo interpretati come verticistici e destinati ad essere insabbiati se non cancellati. In queste condizioni, il quinquennio che abbiamo vissuto è stato soprattutto una lunga fase di conflitto politico e istituzionale che ha indebolito il rapporto tra cittadini, politica e istituzioni, e ha fatto perdere l’idea di un sistema politico in grado di mediare e governare il cambiamento e dare prosperità all’isola. Un conflitto che è stato influenzato dalla forte personalità del primo presidente eletto direttamente, e forse dal suo tentativo di far coincidere la leadership istituzionale e quella politica della coalizione, con quelle del Partito Democratico. Un partito nuovo che nasceva nell’ottobre 2007, ma che ha radici antiche più profonde nella politica, nella cultura e nella società. A partire da quella distinzione dei poteri tra legislativo, esecutivo e giudiziario che è alla base della Costituzione della Repubblica nata dalla Resistenza antifascista e le conseguenze e i pericoli della possibilità da parte dell’esecutivo di condizionare il potere legislativo è visibile nella vita politica nazionale degli ultimi 15 anni, persino in presenza del Presidente della Repubblica che è garante della Costituzione e della distinzione dei poteri.

5. Fin dalla sua nascita, nel Partito Democratico in Sardegna hanno convissuto due idee contrastanti del rapporto tra partito e governo, tra leadership istituzionale e dibattito politico del partito: un quesito irrisolto che ha poi condizionato la stessa costruzione del partito, vincolandolo al servizio delle elezioni regionali che sarebbero poi arrivate.
Per il Partito Democratico le elezioni sarde hanno costituito il compimento di una ipotesi politica e insieme di un equivoco, della idea, affascinante ma perlomeno immatura, di competere da solo contro il Pdl per il governo del Paese, e di competere usando gli stessi strumenti: la leadership personale che supera la funzione collettiva del partito, le candidature estetiche, sopra quelle delle competenze, l’inseguire il consenso individuale come superiore a quello organizzato.
Per questo il primo passo per il Partito Democratico in Sardegna è sciogliere il nodo della sua identità, della sua organizzazione, della distinzione tra partito e istituzioni, delle alleanze, tenendo certo in conto le nuove complessità, ma senza pensare che alla società liquida debba corrispondere un partito destrutturato, occasionale o gassoso.
Se la politica vuole proporsi come generatrice di speranza, essa deve costruire, dentro la società liquida e impaurita, luoghi certi di elaborazione di progetti e di soluzioni, che rappresentino altrettanto riferimenti certi per le comunità in crisi.
Per questo con il Partito Democratico abbiamo un compito: vincere di nuovo, nella fiducia dei cittadini, restituire il coraggio alla speranza, credere di nuovo nella bellezza della politica, nella sua capacità di costruire un mondo migliore e più giusto. Per questo ci prendiamo il compito di costruire anche con il nostro partito, insieme a tutti i cittadini, alle associazioni, ai sindacati, alle forze politiche del cambiamento, una Sardegna libera, responsabile, solidale e democratica.

La società che disegna il futuro

6. Siamo consapevoli che la Sardegna del presente è segnata da un passaggio epocale. Priva di un nuovo e condiviso modello di sviluppo, si attesta sulla difesa delle certezze che le provengono dal passato e fatica a darsi una nuova prospettiva. La crisi mondiale in atto sta accentuando il dato dell’assenza di un progetto possibile. Il risultato è il progressivo impoverimento della società civile e in alcuni casi la vera e propria crisi di futuro.

È il caso dei due terzi del territorio preda di uno spopolamento che via via si consolida come dato ineluttabile.

È il caso dei tanti giovani ad alta scolarità e qualifiche, che hanno ripreso la strada dell’emigrazione.

È il caso della crescita delle famiglie in condizioni di povertà relativa.
È il caso dei tanti nuovi disoccupati.
È il caso dell’assenza di senso in quote crescenti di giovanissimi, privi di certezze che non arrivano dal sistema formativo e dell’istruzione.
Durante la legislatura che si è conclusa nel 2009 sono state avviate serie e definite riforme mirate a proporre un senso e un progetto alla Sardegna di domani. È un patrimonio che non va disperso ma sono passati cinque anni da quando il progetto è stato scritto.
Per questo è indispensabile dare alla società sarda strumenti in grado di favorire la costruzione di un progetto oggi e per i prossimi 10 anni, sapendo che negli ultimi mesi sono cambiate radicalmente prospettive e aspettative in Sardegna e nel mondo intero, sapendo che è la società che disegna il suo futuro, adesso.

7. La crisi attuale mette in discussione molti fondamenti dello sviluppo e del vivere sociale tanto da richiedere la messa in campo di nuovi orientamenti, ed elaborare un pensiero nuovo.
È sotto gli occhi di tutti che la competizione, come dato culturale prima che politico e sociale, abbia creato le condizioni per il progressivo impoverimento degli stessi paesi che la hanno storicamente sostenuta come paradigma socio-politico. Una moderna sinistra deve ribadire in modo netto e senza tentennamenti, che la società liberale deve darsi forme e istituzioni in grado di determinare condizioni favorevoli alla cooperazione, sociale, economica e politica tra i cittadini e tra le istituzioni sociali e politiche che animano l’ormai ridefinita epoca post-moderna.
Il mito della crescita, misurata in termini di PIL, continua a essere influente nel campo dell’economia e della politica ma squilibri, recessione e problemi climatici impongono altre crescenti riflessioni, oltre la sola produzione verso la ricerca di un benessere che produca uguaglianza, libertà e democrazia. Sono le società dove prevale la cooperazione, la fiducia tra cittadini e tra cittadini e istituzioni quelle che hanno i più elevati livelli di felicità, benessere e sicurezza ed è solo investendo su queste determinanti che il cambiamento prevale e diventa permanente, se si costruisce in una società che coopera e non confligge, che è coesa e non solo competitiva.

8. È per questo determinante favorire una nuova generazione di dirigenti, nei vari settori della società: nelle imprese, nella scuola, nel civile organizzato, nelle amministrazioni locali. Il respiro delle nuove generazioni, associato alle esperienze diffuse, può favorire la costruzione di un progetto credibile, in grado di avviare la Sardegna ad un nuova stagione dell’autonomia.
La stessa Chiesa Sarda ascoltatala una responsabilità comune nella costruzione di questo nuovo percorso. La presenza delle comunità ecclesiali è storicamente un riferimento per promuovere, far progredire e mantenere coeso il popolo sardo. La disponibilità della Chiesa con le sue molteplici strutture, ha da sempre favorito diffusi percorsi di crescita individuale e collettiva della coscienza dei sardi. La nostra stessa identità di popolo è forgiata del percorso storico del cristianesimo e su questo ha basato, dall’autonomia in poi, l’acquisizione di una diffusa consapevolezza e senso civico.
Il PD Sardo ha nel merito un dovere, nella relazione con le comunità religiose e con le loro responsabilità civili e culturali, che deve alimentare le modalità della presenza e le regole della sua vita democratica, anche tutelando il necessario pluralismo religioso.

9. Intanto occorre partire da un fatto, la generazione dei 40enni di oggi è la prima che si trova in condizioni potenzialmente peggiori di quella precedente rispetto alla quale ha meno opportunità, meno risposte, meno certezze. Non è un caso ma conseguenza di scelte che fanno dire che il nostro non è un paese per giovani.
Sino a quando la spesa pubblica sarà centrata solo sul lavoro e sul lavoro dipendente, sino a quando la spesa obbligatoria si concentrerà sulle generazioni più anziane, sino a quando i diritti di maternità, quelli della educazione permanente, quelli per le politiche dell’infanzia saranno opzionali o legate solo al rapporto di lavoro esistente, i più giovani vivranno della dipendenza dai genitori e della incertezza del loro futuro.
Serve certamente un cambiamento nel Paese ma sono le Regioni che possono fare scelte per un welfare regionale, per standard di servizi universali o limitati, allargando il solco delle politiche sociali sviluppate con la legge 23 e quelle inattuate per le politiche attive del lavoro per costruire un vero sistema sociale regionale universalistico. Tocca alla Sardegna scegliere se essere anche un paese per giovani.
Ci sono spazi per un’idea di welfare che sia strumento di sviluppo umano, che accompagni giovani e vecchi, mettendoli in relazione tra loro, evidenziandone potenziali e talenti, attraverso servizi diffusi e orientati all’emersione delle capacità. Si tratta di una sfida nuova che propone una nuova idea di crescita. Misurata attraverso indicatori qualitativi e quantitativi piuttosto che esclusive stime dell’accumulazione della ricchezza, prive di correlati efficaci meccanismi di distribuzione. È anche la sfida di una rinnovata mobilità sociale in una Regione e in un Paese che sempre più è minato nella libertà reale, nella possibilità, da una generazione all’altra di crescere rispetto a quella precedente, di non restare paralizzati nella trincea della classe sociale e nel lavoro, sempre meno, dei propri genitori.

10. Il progetto a cui chiamiamo la società sarda richiede la esplicita adesione alla “sfida” con cui i mercati del lavoro europei si stanno misurando. La sfida consiste nel “conciliare maggiore flessibilità con la necessità di massimizzare la sicurezza di tutti”, sicurezza che la flessibilità mette appunto in causa. Vuol dire sostanzialmente introdurre efficaci elementi di protezione in mercati del lavoro sempre più flessibili, nei quali aumenta inevitabilmente la precarietà e l’insicurezza dei lavoratori, con un parallelo aumento della spesa sociale. Si spende tanto per spendere male. A supporto del sistema produttivo e dei lavoratori, non si può non pensare ad un moderno sistema locale di politiche attive e passive del lavoro che garantiscano stabilità sociale ed efficaci strumenti di inserimento e reinserimento nel mercato del lavoro consentendo, dove necessario adeguate riconversioni delle professionalità in linea con le richieste del mercato. È un tema nazionale, ma è anche una scelta delle regioni, dei mercati del lavoro locali, delle strategie per l’occupazione e la spesa sociale, della qualità della vita dei cittadini. Sono scelte nostre non solo da rimandare allo Stato o al dibattito nazionale.
Le garanzie di stabilità sociale e lavorativa costituiscono, peraltro, uno dei più efficaci strumenti per il mantenimento dell’ordine pubblico e della legalità.

11. La sfida della produzione che abbiamo davanti passa per la difesa di quello che c’è in Sardegna nel sistema industriale, ma sapendo che la sfida ha anche altre parole chiave se lancia lo sguardo verso un orizzonte più avanti nel tempo. È ha il nome della green economy, della creatività, dell’investimento sul capitale umano e sociale.
Sui saperi diffusi va basata la stagione del nuovo inizio. Potenziando le imprese innovative e contenendo la crisi del sistema industriale. Favorendo l’agricoltura moderna e stimolando in questo settore nuove energie.
Il modello di sviluppo per una Sardegna moderna e competitiva, integrata nel Bacino del Mediterraneo e nell’Europa, passa per la costruzione di una solida rete di cooperazione economica e sociale che consenta di affrontare e vincere la sfida del rilancio del comparto produttivo e di costruire un sistema di servizi al cittadino ed all’impresa adeguati agli standard degli altri Paesi occidentali.
In un contesto globalizzato quale quello che si sta attualmente vivendo, in cui le produzioni a basso valore aggiunto vengono cannibalizzate da paesi in cui gli imprescindibili diritti degli individui in generale e dei lavoratori in particolare vengono ignorati, la competizione su queste tipologie produttive diventa insostenibile.
È necessario guardare all'economia della conoscenza, in cui il valore viene prodotto dalla creatività, dalla comunicazione e dalla condivisione. A supporto del sistema produttivo è necessario pensare a potenziare e migliorare la conoscenza, a promuovere un’università che guardi al Mediterraneo nell’ambito della ricerca in materia di Fonti Energetiche Rinnovabili e di qualità delle produzioni, creando innovazione ed alta formazione.
12. È essenziale organizzare il rilancio del sistema economico sardo orientandolo alle produzioni industriali ad alto tasso di tecnologia e di servizi, migliorando le infrastrutture delle zone industriali ed abbattendo i costi di trasporto ed energia.
È necessario valorizzare le unicità paesaggistiche che hanno fatto della nostra isola una delle mete turistiche più ambite del mondo, contrastando la concorrenza delle destinazioni a basso costo con un potenziamento del sistema di servizi di alta qualità, con un miglioramento dei sistemi di trasporto, soprattutto interni.
È necessario supportare il settore primario promuovendo la multifunzionalità quale strumento di integrazione al reddito ed incentivare il consumo interno e quello turistico di produzioni locali, dell’agroalimentare e dell’artigianto artistico, che costituiscono unicità culturali e produttive anche perché portate avanti da un tessuto di piccole imprese insostituibile, troppo spesso mortificate dalla concorrenza di prodotti di provenienza e qualità incerta.
Lo sviluppo di tecnologie, prodotti e servizi ecocompatibili o finalizzati alla tutela dell’ambiente è uno dei nuovi ambiti di sviluppo dell’economia. Portare a termine un tale progetto di sviluppo determina un’innovazione notevole rispetto ai modelli precedenti poiché richiede una stretta integrazione della ricerca tecnologica con la produzione che si autoalimentano generando nuovi posti di lavoro e sperimentando nuovi mercati in contesti più attenti alla sicurezza ed alla salute, nonché alla qualità ambientale ed al benessere economico generato da un diffuso indotto.

Lo sviluppo delle energie alternative è un passo notevole verso la risoluzione di problemi di equità globale legati allo sfruttamento dei carburanti fossili delle zone povere del mondo, sfruttamento che ha dato vita a guerre, massacri ed è alla base dei molti rifugiati che fuggono sulle nostre coste.
Al contrario alimentare ipotesi sulla proliferazione di centrali nucleari è al momento attuale errato ed economicamente eccessivamente gravoso, in quanto occorrerebbe ricreare le competenze specializzate necessarie a far funzionare gli impianti. Inoltre il nucleare e lo smaltimento delle scorie comportano problemi di sicurezza, e implicazioni sulla salute del cittadino e sulla complessiva sostenibilità ambientale.

13. Il modello di sviluppo per una Sardegna moderna deve prevedere una seria programmazione di politiche pubbliche, partendo da una riforma delle pubbliche amministrazioni orientata ad una spesa più veloce ed efficace che consenta di restituire ai cittadini i beni e servizi essenziali per garantire una qualità della vita adeguata agli standard europei.
È necessario costruire un modello di politiche per la gestione dei servizi di pubblica utilità, quali la sanità, i servizi idrici ed i trasporti locali, che regoli i settori nei quali la concorrenza di più imprese non migliorerebbe l’efficienza e la qualità dei servizi. Un modello che garantisca il cittadino di fronte a fenomeni di mercato che potrebbero intaccare i diritti alla fruizione di servizi primari e che garantisca ai cittadini ed ai loro rappresentanti l’organizzazione e la gestione dei servizi di pubblica utilità.
C’è un di più di etica pubblica e di responsabilità che dobbiamo ricercare perché un sistema istituzionale complesso come quello costituito da Regione, Province e Comuni, enti ed agenzie, aziende pubbliche e fondazioni, possa accompagnare un cambiamento condiviso che disegna la Sardegna nuova che esce dalla crisi.
Non possiamo che rendere vero e praticato il dettato costituzionale del pariordinamento istituzionale, del governo delle cose e delle politiche il più vicino possibile al controllo e alla responsabilità dei cittadini, della sussidiarietà vera tra cittadini organizzati e istituzioni, anche ripartendo da un disegno statutario da riscrivere nel solco della Costituzioni e dell’Autonomia più necessaria per vincere la sfida più dura dal dopoguerra.
Senza avere più timore di fare politiche pubbliche per gli interessi pubblici, senza paura di dire che il mercato genera mostri se le istituzioni non lo regolano, senza temere di dire che il pubblico ha il compito di gestire, bene e in maniera efficiente, le risorse, dall’acqua alla terra, all’ambiente al paesaggio che i cittadini hanno ricevuto in prestito si, ma dai loro figli.

Un segretario per un partito e non un partito per un leader. Anche in Sardegna.
14. Il Partito Democratico sardo nasce ora, con il congresso a cui stiamo partecipando. Dobbiamo costruirlo definendo una base comune da cui partire, quella del riconoscimento reciproco, della piena legittimità di ciascuno a partecipare al dibattito e alla competizione per la direzione del partito. Dobbiamo superare la questione irrisolta delle primarie e il trauma del luglio del 2008, dopo il quale, i due filoni del PD sardo hanno vissuto vite separate e autonome.
La prima questione che si pone è perciò quella di ripristinare le condizioni per un confronto reale sui temi della politica, dell’accettazione delle regole del confronto, della disponibilità a una sintesi che rappresenti le ragioni dell’appartenenza e della comune militanza in un partito.
Il PD in Sardegna non c‘è, oggi. Sarà quello che iscritti ed elettori costruiranno, attingendo alla cultura politica dei movimenti democratici riformisti cattolici e socialisti del Novecento, ma rielaborandola per raccogliere le culture e le speranze che oggi ci attraversano.
Come ciascun individuo dà forma alla propria vita tracciando un progetto per il futuro, così un soggetto collettivo deve definire sé stesso attraverso un progetto per il futuro della collettività.
Vogliamo rispondere tracciando una mappa del partito che serve per rappresentare la società che disegna il futuro. Vogliamo un partito libero, democratico e organizzato.
Vogliamo un partito delle persone, della partecipazione, delle regole, che vive nelle comunità.
Vogliamo un partito che non si scrive autonomo ma pratica l’autonomia non solo nella relazione federata con il Partito Democratico ma nello sviluppo di una politica di relazioni con forze politiche, sociali e culturali di altre regioni europee e del Mediterraneo.

15. Un partito libero, democratico e organizzato. Libero da condizionamenti che limitino la sovranità di iscritti ed elettori, democratico nel cuore e nella vita quotidiana, organizzato per far partecipare davvero: questo è il nostro disegno.
Noi democratici sardi, siamo gli eredi innovatori dei riformismi, veniamo da 150 anni di storia laica e cattolica, italiana ed europea ma anche da percorsi radicati localmente, da una storia sardista che ha lasciato un solco profondo in tutti noi.
Dobbiamo costruire un partito attorno alle persone, alle donne, agli uomini, ai giovani ed ai vecchi, ai lavoratori, agli studenti, ai dirigenti, agli operai, ai piccoli o grandi imprenditori, agli artigiani o agli artisti. Alle donne e uomini di oggi, dobbiamo proporre un partito capace di legare ogni loro storia personale al valore dell’uguaglianza e all’impegno per costruire una società giusta e coesa; in altre parole, il Partito Democratico indica un futuro possibile riconoscendo le capacità e potenzialità diffuse, interpretandole nel proprio contesto e su questo riconoscendone l’identità personale e comunitaria.

16. Vogliamo costruire un partito che assuma il lavoro come tratto fondante della società e della persona, il lavoro produttivo, intellettuale, manuale, creativo; senza il lavoro, senza la possibilità di espressione individuale e associata della propria capacitò, piccola o ampia che sia, rischiamo che le persone non esistano. Elemento determinante dell’identità di ciascuno, il lavoro vale per quanto è in esso insito cioè la possibilità di trovare se stessi, la propria realtà – per se stessi, non per gli altri.
Ora che la crisi mostra chiaramente le debolezze del mercato ingovernato dalla politica e dalle istituzioni, ci dobbiamo interrogare profondamente sulle trasformazioni dei modi di produzione, per derivare ipotesi certe di tutela del lavoro, comunque sia organizzato, senza preconcetti sulle trasformazioni richieste, ma con l’occhio attento alle distorsioni che ne possono derivare.
In Sardegna la questione lavoro si lega con la questione della capacità a creare e produrre ricchezza. La crisi del sistema industriale in atto, priva delle politiche necessarie a contenerla, è la cartina di tornasole di una svolta possibile che il partito deve alimentare contribuendo a potenziare il capitale umano verso l’autoimprenditorialità diffusa e coerente con le potenzialità sarde. riconoscendo la continua evoluzione del sistema produttivo, come fatto incontestabile, che si riflette inevitabilmente sulle caratteristiche e sui contenuti del lavoro bisogna però anche riconoscere che la subordinazione dei rapporti salariali e le stesse relazioni di lavoro cambiano in modo tutto sommato marginale. Questo accade in quanto le relazioni fondate sull’ineguaglianza restano come basi dell’attività produttiva. In questo rispetto a mezzo secolo fa i cambiamenti non ci sono stati.
Assumere questo come tratto caratteristico del nostro Partito Democratico Sardo è quanto meno un tentativo ineluttabile.
In questo che rappresenta il contenuto fondamentale dell’azione politica del PD Sardo, consideriamo compagni di viaggio, sia pure nella distinzione di ruoli, le organizzazioni sindacali a cui va il merito di essere riuscite a ri-orientare la propria presenza in un epoca in cui il movimento operaio ha mutato i suoi caratteri. La certa presenza di un movimento sindacale diffuso e adeguatamente organizzato, sempre più attento alle nuove esigenze dei lavoratori, anche quando non sindacalizzati, rappresenta una certezza per la tutela dei diritti dei cittadini.

17. Un partito che vuole essere grande non può che essere plurale e democratico senza cercare scorciatoie. Tantomeno in una fase che vede la democrazia colonizzata dagli interessi forti, svilita, in forte crisi di credibilità.
Il PD deve essere anzitutto un’associazione di donne e di uomini che si uniscono perché condividono una visione, un progetto, una passione politica. E quindi non si limitano a votare per questo o quel candidato, ma scelgono di impegnare una parte del loro tempo, della loro intelligenza e delle loro energie per far avanzare quel progetto.
Un partito che può contribuire a risolvere i problemi del paese e della Sardegna solo con riforme incisive ha bisogno di consenso consapevole e attivo. E deve quindi avere un forte radicamento popolare, qualificato su un asse centrale che vede alleati il lavoro, le imprese sane, le associazioni di cittadinanza con gli strati sociali più colpiti dall’ingiustizia e dall’emarginazione. E ha bisogno di alleanze, con forze politiche che ne condividano gli orientamenti di fondo e contribuiscano ad una sintesi comune per guidare una società complessa che non può essere ridotta ne ad un solo partito ne ad un solo leader. E le alleanze non sono obbligate o necessarie, sono prima di tutto una scelta culturale e poi politica, di unione tra tutte quelle forze che condividono le origini costituzionali del nostro Paese, la costituzione formale e materiale, la comune visione dell’economia e della società.
Questa era l’idea dell’Ulivo di Prodi e noi vogliamo che il PD torni ad essere il figlio legittimo dell’Ulivo.
Questo implica più cose: una democrazia davvero aperta, partecipativa, in grado di coinvolgere anche i cittadini meno propensi all’impegno diretto e quotidiano; quindi una democrazia che punta a miscelare efficacemente diverse forme,
antiche e nuove, di democrazia diretta, delegata, deliberativa; una padronanza dei diversi linguaggi e delle diverse tematiche che attraversano oggi una società che è anche ricca di differenze, di attese, di aspettative oltre che di disagi e sofferenze.
Democrazia diretta non è solo primarie, è anche consultazione tematica degli iscritti e dei cittadini, ad esempio. E le primarie sono cosa buona quando vengono usate non a scavalco della fatica della democrazia quotidiana e per risolvere le competizioni interne ai gruppi dirigenti, ma per coinvolgere davvero e non episodicamente i cittadini e per attrarre nuovi elettori.
Per questo pensiamo importante l’idea su cui si è basato il movimento dell’Ulivo e il percorso costitutivo del PD, che orientava alla diffusa presenza di luoghi (associazioni, fondazioni, centri di studio e ricerca, scuole di formazione alla politica) in grado di favorire l’elaborazione, l’analisi e per queste vie il dibattito, attorno ai problemi ed alle loro soluzioni. Il PD sardo deve diffondere e promuovere questi luoghi come fucine di democrazia.

18. La dimensione più deficitaria del PD riguarda proprio la sua capacità di tessere alleanze con i soggetti organizzati del civile. C’è una difficoltà nell’interloquire con il sindacato e con l’associazionismo di varia matrice anche per il modo antico e superato di rapportarsi in termini spesso sovraordinati. Oggi anche il rapporto con questi soggetti va pensato come tessitura paziente e strategica di alleanze fondate su un dialogo continuo legato a condivisione di valori e di ideali, su precisi contenuti programmatici, sulla capacità di valorizzare nel partito e nelle istituzioni (e non per pura cooptazione di immagine) le persone di qualità che essi esprimono. Questo tratto deve anche legarsi alla presenza certa nelle comunità diffondendo la capacità di dialogo ma anche quella di ascolto.
Essere nella società virtuale non può bastare. Le categorie sociali più deboli e impaurite non trovano alcun conforto da un dialogo a comunicazione ridotta su internet. È necessario giocare entrambe le sfide.

19. Certezza delle regole e certezza del diritto deve essere il tratto distintivo del PD Sardo. La caduta di fiducia nelle istituzioni non può lasciare indifferente chi si candida a interpretare il nuovo corso di un nuovo Partito. Una vera e propria fase costituente si apre di fronte a noi. Investire nella fiducia interpersonale e nelle istituzioni implica uno sforzo di coerenza che si ponga come determinante di ogni scelta e di ogni proposta. In se è necessario disegnare un nuovo profilo che consideri ogni persona impegnata nel partito a tutti i livelli. Porre il rigore morale come cifra dei comportamenti, ma anche come tratto distintivo della comunicazione. Recuperare alla politica la bellezza che alimenta ogni passione civile, per ridare senso pieno allo spendersi volontario dei militanti, degli aderenti, degli elettori. La società sarda ne ha un immenso bisogno. Tracciare un sentiero che rassicuri e recuperi le tante “paure liquide” che stanno imbruttendo anche la società sarda, creando solitudini e favorendo la disgregazione sociale, deve essere un nostro impegno categorico.
Condizione determinante per questo obiettivo devono essere le regole ed il loro rispetto.
Regole nella società, a garanzia in particolare dei deboli e degli esclusi, in grado di favorirne, al di là delle opportunità immediatamente disponibili, la possibile crescita e capacità di partecipare al percorso della vita. Regole in grado di favorire il merito e di contenere le tante sacche di privilegio ancora presenti nella società sarda. Regole in grado di promuovere e accrescere su condizioni di dignità le opportunità di ciascuno. Regole in grado di favorire la tutela dei diritti civili e sociali, eliminando le scappatoie e contro le clientele.
Regole nel Partito, in grado di garantire gli iscritti e gli elettori che attraverso le primarie devono poter dare il loro contributo alla scelta delle cariche monocratiche (sindaci, presidenti di provincia e della regione) e sulla base di garanzie in grado di evitare la confusione, della scelta dei segretari provinciali e regionale. Il metodo delle primarie si estende alla coalizione per la scelta delle cariche monocratiche. Regole in grado di favorire la capillare diffusione dell’organizzazione e in grado di accrescere l’uso dell’elettronica come strumento di comunicazione interna ed esterna al Partito.

20. Nei territori va favorito un patto fra generazioni. Senza, avremmo un progressivo impoverimento del capitale sociale e la crescita delle solitudini.
La stessa identità di popolo deve partire dal peculiare dei sardi nel proprio contesto, lanciando la sfida per la salvaguardia della presenza umana nei territori resistendo ai meccanismi perversi del mercato globale, che vorrebbero spazzare via interi popoli. La resistenza deve assumere la globalizzazione come possibilità e opportunità per ribadire l’identità di popolo.
Questo dato politico si struttura nella richiesta della sovranità piena nel proprio territorio, dentro il quadro costituzionale e dei trattati europei.
Un partito che ha radici nelle tradizioni autonomiste più nobili e lo sguardo rivolto verso l’Europa deve costruire la sua identità in una autonomia moderna, innovativa e aperta. Per questo è necessario pensare la Sardegna come regione europea, come popolo che supera la statualità e si relaziona, si connette con gli altri popoli europei. Mediando questo dato con la capacità di tutela dei diritti universali che ha contraddistinto gli Stati Nazione dalla loro fondazione.
Serve avviare il cammino, senza obbligarci ad un traguardo o metterci dei limiti di sovranità insuperabili, dobbiamo discutere su come possiamo sostenere un progetto per una Sardegna nuova, solidale e cooperativa, forte e libera, serve prenderci la nostra libertà, la nostra autonomia sulle politiche e sulle alleanze.
La Sardegna ha una opportunità importante nella scelta delle macroregioni da costruire dal 2011 in poi. Dobbiamo scegliere e farlo tenendo conto delle culture, delle politiche, delle relazioni possibili, del protagonismo che la Sardegna può avere se sta nel sistema delle isole del Mediterraneo o se in esso costruisce una grande macroregione.
Per i più giovani, per il sistema educativo e della ricerca, per le donne, per le imprese, per le stesse istituzioni, per quei partiti che non giocano al federalismo ma credono nelle riforme, si tratta di scegliere se subire le scelte politiche e culturali del XXI secolo o guidarle da protagonista in un contesto che non è nè solo la nostra isola nè solo il nostro Paese.

Infine…
21. Un Partito non è mai un fine ma un mezzo per produrre cambiamento attraverso la politica. Se i partiti di oggi si mostreranno inadeguati al compito che ci attende in Sardegna, e la riflessione in questo senso è necessaria, i democratici e riformisti della nostra isola dovranno dare vita ad un laboratorio avanzato in grado di dare le giuste risposte, culturali, sociali e politiche.
Non serve al PD Sardo guardare al passato e dividersi ancora sui personalismi superati; al contrario servono proposte, progetti e idee e un gruppo dirigente diffuso in grado di realizzarle e di rappresentarle in autonomia.
Serve uscire dagli slogan superficiali e dalle magliette sbiadite dai rimpianti. Sarebbe un altro inganno per i nostri elettori e i nostri militanti. Un altro inganno che pagherebbe l’isola, come sta succedendo già oggi.
Per questo il PD Sardo deve confrontarsi senza dividersi, imparando dai propri errori. Perché restituire il coraggio della speranza, la speranza di vincere di nuovo, di costruire e vivere una Sardegna più giusta e più moderna passa attraverso tutti noi. Nessuno escluso.

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