mercoledì 24 ottobre 2012
sabato 15 settembre 2012
SAN SPERATE. Pixinortu Lavori nell'oasi, Comune in lotta con l'impresa
da L'UNIONE SARDA
Lavori al palo a Pixinortu. Per la club house, il percorso
vitae, il teatro e l'area attrezzata per i giochi dei bambini bisognerà ancora
attendere. Il parco oggi è un cantiere aperto e il motivo dei ritardi è legato
ad un contenzioso tra il Comune di San Sperate e la ditta appaltatrice che
doveva eseguire Secondo il contratto l'inizio dei lavori era previsto per il
primo luglio 2008 per terminare il 30 giugno del 2013. Invece è tutto a data da
destinarsi. «C'è una causa con l'impresa fallita», dice l'assessore
all'Agricoltura Fabrizio Madeddu, «la ditta, attraverso i propri legali, ha
chiesto un risarcimento di circa centomila euro perché ci sono stati diversi
problemi per autorizzazioni, ma danni ne abbiamo subito anche noi, il parco è
un'incompiuta. Ora stiamo quantificando anche la cifra». Ma l'amministrazione
non punta tanto a risolvere la questione legale, che si sa in Italia ha tempi
lunghissimi, quanto a trovare un punto d'incontro che consenta al parco di
poter essere utilizzato il prima possibile. «Abbiamo già fatto un incontro con
il curatore fallimentare, vorremo che l'intera area di Pixinortu venisse
svincolata, che venisse restituita l'area boschiva e le strutture ricettive. Ci
sono buone possibilità che ciò avvenga. Dopo questo passaggio abbiamo in mente
di coinvolgere anche l'Ente foreste perché custodisca e curi l'area,
valorizzandola e tutelandola», conclude Madeddu.
Maura Pibiri
Maura Pibiri
venerdì 14 settembre 2012
«L'Apac si può salvare»
Da L'UNIONE SARDA
SAN SPERATE. L'associazione dei produttori agricoli del
paese in liquidazione
Rallo: debiti esigui e beni con un valore superiore
«L'Apac è in liquidazione, non in fallimento. Ha pochi
debiti e beni di un valore superiore alle perdite. C'è la possibilità di
ripartire». Il commercialista Vito Rallo, uno dei liquidatori, svela che «già
diversi acquirenti hanno manifestato interesse per la cooperativa, ma proprio
quando si è trattato di ufficializzare la vendita poi non si è concluso».
L'Associazione produttori ortofrutticoli e agrumicoli del Campidano è arrivata al capolinea. Dopo più di quaranta anni di attività ha chiuso i battenti e ora è in liquidazione. Aveva già dato i primi segni di instabilità diverse volte. Infatti è stato difficile trovare un nuovo presidente al vertice dell'azienda e inserire giovani produttori tra i soci. E dopo un balletto di nomi è tornato in sella il cagliaritano Antonio Tuveri, che ha dovuto sciogliere insieme ai soci, il consiglio d'amministrazione. Pochi passaggi, poi l'Apac è finita in mano ad una terna di liquidatori che oggi sta vendendo la cooperativa. Diverse offerte d'acquisto, ma nessuna si è concretizzata nella vendita.
LA STORIA L'Apoac è nata nel 1968 con 250 produttori e ha fatto la storia agricola di San Sperate: arance, clementine, pomodori e pesche. Stagioni di grandi produzioni e di numeri importanti come annate con 35 e 40 mila quintali di merce da conferire anche in grandi aziende come la Casar di Serramanna. In più di quarant'anni di attività inoltre hanno lavorato diversi speratini non solo come produttori ma anche negli uffici. «Quando i prodotti conferiti in cooperativa hanno iniziato a diminuire, sia per le annate andate male a causa del maltempo sia per la crisi sul mercato, allora si sono presentati anche i problemi economici. Con il passare del tempo i numeri della produzione sono diminuiti e così anche il numero dei soci» spiega Rallo.
L'AZIENDA Oggi l'azienda che sta nella zona industriale di San Sperate, occupa un terreno di circa 5 mila metri quadri. È rimasto solo un capannone di grandi dimensioni che ospita carrelli, cassette e anche celle frigorifere. L'intera cooperativa è smantellata. Soci a casa insieme ai dipendenti degli uffici amministrati e debiti per quasi 250 mila euro.
«L'Apoac, sia ben chiaro, non è in uno stato fallimentare. Oggi il valore è stimato a quasi un milione di euro. Con la vendita, verrebbero pagati abbondantemente i debiti e rimarrebbe anche una grossa fetta di denaro che verrebbe devoluta presso il Ministero del Lavoro, secondo legge, perché la cooperativa non ha scopo di lucro», spiega Rallo.
Oggi in via Cagliari, nella sede degli uffici della cooperativa non c'è nessuno. Il peggiore dei contrappassi per un'azienda che è stata importante per San Sperate. E adesso le pesche di qualità le vende un'azienda di Villacidro. In 400 market sardi.
Maura Pibiri
L'Associazione produttori ortofrutticoli e agrumicoli del Campidano è arrivata al capolinea. Dopo più di quaranta anni di attività ha chiuso i battenti e ora è in liquidazione. Aveva già dato i primi segni di instabilità diverse volte. Infatti è stato difficile trovare un nuovo presidente al vertice dell'azienda e inserire giovani produttori tra i soci. E dopo un balletto di nomi è tornato in sella il cagliaritano Antonio Tuveri, che ha dovuto sciogliere insieme ai soci, il consiglio d'amministrazione. Pochi passaggi, poi l'Apac è finita in mano ad una terna di liquidatori che oggi sta vendendo la cooperativa. Diverse offerte d'acquisto, ma nessuna si è concretizzata nella vendita.
LA STORIA L'Apoac è nata nel 1968 con 250 produttori e ha fatto la storia agricola di San Sperate: arance, clementine, pomodori e pesche. Stagioni di grandi produzioni e di numeri importanti come annate con 35 e 40 mila quintali di merce da conferire anche in grandi aziende come la Casar di Serramanna. In più di quarant'anni di attività inoltre hanno lavorato diversi speratini non solo come produttori ma anche negli uffici. «Quando i prodotti conferiti in cooperativa hanno iniziato a diminuire, sia per le annate andate male a causa del maltempo sia per la crisi sul mercato, allora si sono presentati anche i problemi economici. Con il passare del tempo i numeri della produzione sono diminuiti e così anche il numero dei soci» spiega Rallo.
L'AZIENDA Oggi l'azienda che sta nella zona industriale di San Sperate, occupa un terreno di circa 5 mila metri quadri. È rimasto solo un capannone di grandi dimensioni che ospita carrelli, cassette e anche celle frigorifere. L'intera cooperativa è smantellata. Soci a casa insieme ai dipendenti degli uffici amministrati e debiti per quasi 250 mila euro.
«L'Apoac, sia ben chiaro, non è in uno stato fallimentare. Oggi il valore è stimato a quasi un milione di euro. Con la vendita, verrebbero pagati abbondantemente i debiti e rimarrebbe anche una grossa fetta di denaro che verrebbe devoluta presso il Ministero del Lavoro, secondo legge, perché la cooperativa non ha scopo di lucro», spiega Rallo.
Oggi in via Cagliari, nella sede degli uffici della cooperativa non c'è nessuno. Il peggiore dei contrappassi per un'azienda che è stata importante per San Sperate. E adesso le pesche di qualità le vende un'azienda di Villacidro. In 400 market sardi.
Maura Pibiri
mercoledì 12 settembre 2012
Scuole serali, domande di iscrizione
Entro il 15 settembre dovranno essere presentate le domande
di iscrizione alle scuole serali. L'assessorato alla Pubblica istruzione di San
Sperate ha deciso di attivare il corso serale per conseguire la licenzia media inferiore
per l'anno scolastico 2012/13. I cittadini interessati potranno contattare
l'ufficio Servizio Sociale e l'ufficio segreteria sia inviando una mail a
affarigenerali@sansperate.net, o contattare lo 070/96040227, 070/96040221. Il
modulo di adesione potrà essere scaricato dall'albo pretorio del sito del
Comune.(m.p.)
martedì 11 settembre 2012
Non c'è crisi per le pesche
Da L'UNIONE SARDA
SAN SPERATE. Cassette con depliant promozionali
aspettando il marchio dop
Non c'è crisi per le pesche
Prodotto tipico in vendita in 400 market isolani
La pesca speratina sorride alla crisi. Il frutto simbolo del
paese del Cagliaritano ha conquistato la grande distribuzione e oggi viene
commercializzato in quasi quattrocento supermercati dell'Isola.
È stato il Cs&d di Villacidro (il Centro servizi e distribuzione che segue Sigma, Dico e Mercato alimentare) a credere nelle potenzialità del frutto e a chiudere un accordo con una decina di produttori locali. Il gruppo di peschicoltori, ha voluto puntare sul dolce frutto e oggi si dice soddisfatto del progetto intitolato “Pesche di San Sperate”.
IL PROGETTO «L'iniziativa è nata dopo alcuni incontri con gli agricoltori. L'idea era quella di promuovere il prodotto locale, di rilanciare la pesca e imporla sul mercato isolano», racconta Pierpaolo Casti, coordinatore e promotore del progetto. «Oggi è riconosciuta dal marchio Deco di denominazione comunale. Nei supermercati isolani, le cassette con il nostro frutto hanno anche in allegato un volantino che spiega le caratteristiche organolettiche. Ne abbiamo scelto quattro con diverse immagini, ognuno rappresenta la pesca e un murales e spiega perché è più buona delle altre», continua Casti.
LE QUANTITÀ Grazie a questo nuovo progetto vengono conferiti da 1500 a 1600 quintali all'anno di pesche speratine. I produttori, dopo avere tagliato e raccolto le pesche, le sistemano su una pedana che può contenere 36 cassette. Per tre volte alla settimana un'azienda di autotrasporti porta la merce per essere poi venduta nella grande distribuzione. «Siamo riusciti a crearci uno spazio sul mercato isolano, a ritagliare una fetta di mercato, perché la nostra pesca viene venduta bene, il cliente la cerca. I produttori speratini che hanno aderito al progetto hanno un 15-20 per cento in più di guadagno al chilo», spiega Casti. Il costo di un chilo di frutta varia in base alla pezzatura e alla tipologia, oscilla da un euro superando anche i 2 e dipende inoltre dalla zona dell'Isola in cui è venduto. «La pesca di San Sperate sul mercato regge, il cliente sente il gusto diverso, più genuino, viene tagliata quando è pronta e non prima per essere messa nelle celle frigorifere come succede per le pesche spagnole o nazionali». Il progetto Pesca di San Sperate, guarda ancora più in alto e punta ad ottenere due riconoscimenti. «Vorremo avere l'Igp, l'indicazione geografica protetta, che riconosce un prodotto agricolo alimentare come originario del luogo. Inoltre puntiamo ad essere inseriti nell'albo dei prodotti tradizionali della Regione» spiega Casti.
LE ADESIONI Prossimo obiettivo per il gruppo di peschicoltori è allargare le maglie dei partecipanti. «Siamo disposti ad accettare nuovi ingressi, è un bene che la nostra pesca sia entrata nella grande distribuzione, noi abbiamo aperto un varco, anche altri produttori speratini, così come altri prodotti potranno essere inseriti», conclude Casti.
Maura Pibiri
È stato il Cs&d di Villacidro (il Centro servizi e distribuzione che segue Sigma, Dico e Mercato alimentare) a credere nelle potenzialità del frutto e a chiudere un accordo con una decina di produttori locali. Il gruppo di peschicoltori, ha voluto puntare sul dolce frutto e oggi si dice soddisfatto del progetto intitolato “Pesche di San Sperate”.
IL PROGETTO «L'iniziativa è nata dopo alcuni incontri con gli agricoltori. L'idea era quella di promuovere il prodotto locale, di rilanciare la pesca e imporla sul mercato isolano», racconta Pierpaolo Casti, coordinatore e promotore del progetto. «Oggi è riconosciuta dal marchio Deco di denominazione comunale. Nei supermercati isolani, le cassette con il nostro frutto hanno anche in allegato un volantino che spiega le caratteristiche organolettiche. Ne abbiamo scelto quattro con diverse immagini, ognuno rappresenta la pesca e un murales e spiega perché è più buona delle altre», continua Casti.
LE QUANTITÀ Grazie a questo nuovo progetto vengono conferiti da 1500 a 1600 quintali all'anno di pesche speratine. I produttori, dopo avere tagliato e raccolto le pesche, le sistemano su una pedana che può contenere 36 cassette. Per tre volte alla settimana un'azienda di autotrasporti porta la merce per essere poi venduta nella grande distribuzione. «Siamo riusciti a crearci uno spazio sul mercato isolano, a ritagliare una fetta di mercato, perché la nostra pesca viene venduta bene, il cliente la cerca. I produttori speratini che hanno aderito al progetto hanno un 15-20 per cento in più di guadagno al chilo», spiega Casti. Il costo di un chilo di frutta varia in base alla pezzatura e alla tipologia, oscilla da un euro superando anche i 2 e dipende inoltre dalla zona dell'Isola in cui è venduto. «La pesca di San Sperate sul mercato regge, il cliente sente il gusto diverso, più genuino, viene tagliata quando è pronta e non prima per essere messa nelle celle frigorifere come succede per le pesche spagnole o nazionali». Il progetto Pesca di San Sperate, guarda ancora più in alto e punta ad ottenere due riconoscimenti. «Vorremo avere l'Igp, l'indicazione geografica protetta, che riconosce un prodotto agricolo alimentare come originario del luogo. Inoltre puntiamo ad essere inseriti nell'albo dei prodotti tradizionali della Regione» spiega Casti.
LE ADESIONI Prossimo obiettivo per il gruppo di peschicoltori è allargare le maglie dei partecipanti. «Siamo disposti ad accettare nuovi ingressi, è un bene che la nostra pesca sia entrata nella grande distribuzione, noi abbiamo aperto un varco, anche altri produttori speratini, così come altri prodotti potranno essere inseriti», conclude Casti.
Maura Pibiri
venerdì 27 luglio 2012
Opasomilaj | San Sperate 2 agosto ore 18.00
Il nostro gruppo consigliare San Sperate Bene Comune,
raccoglie l’invito del neo sansperatino Boban e della sua famiglia, che in occasione dell'Opasomilaj
(la tradizionale festa rom del ringraziamento) il prossimo 2 agosto dalle ore 18.00, apre la sua casa (località Ponti Becciu, sulla SP4, direzione San Sperate, dopo il bivio di Santa Barbara) ai cittadini
sansperatini e non, per un’occasione di scambio culturale/culinario con piatti
tipici rom e sardi.
Ci sarà, oltre alla musica, anche un momento di confronto
aperto, un’occasione quindi per conoscerci meglio.
All’iniziativa voluta da Boban e delle
associazioni Asce e 2000[r]esistenze, hanno aderito anche l'associazione Libera La Farfalla di San Sperate e NoArte.
Chiunque intenda aderire può farlo, contattando il numero
3486059394.
Non dimenticate di portare qualcosa!
giovedì 26 luglio 2012
Appello contro la violenza sulle donne
Carissime,
Vi inoltriamo il link dove toverete l'appello
contro la violenza sulle donne.
Il governo ha piu' volte dichiarato la
propria disponibilita' a siglare la
Convenzione di Istanbul, ma
ancora
l'Italia resta tra i paesi che non ha firmato. Sarebbe quindi
importante
tenere alta l'attenzione dell'opinione
pubblica, usando in particolare
l'occasione delle feste.
L'appello si puo'
firmare anche online, quindi ti chiediamo, se possibile, di farlo girare.
venerdì 6 luglio 2012
Il sindaco: «Non siamo razzisti»
Da L'Unione Sarda del 6.7.12
SAN SPERATE. Contestato il silenzio del Comune di Cagliari
sul trasferimento dei nomadi
Spalti affollati al Consiglio comunale straordinario sui rom
dal nostro inviato
Andrea Piras
SAN SPERATE «Razzisti? Non scherziamo». È la sintesi,
categorica, del sindaco Enrico Collu e della maggioranza. È l'imperativo di un
Consiglio comunale che vuole riabilitare San Sperate dopo i giorni oscuri
dell'intolleranza, quando proprio in quell'aula invasa spontaneamente da
trecento cittadini furibondi per l'arrivo di un numero imprecisato di rom,
parole razzistiche contro i nomadi sono state pronunciate eccome. Ingiurie,
minacce scivolate via senza essere interrotte. Parole mai zittite.
IN AULA Ieri è stato proprio il sindaco a tornare
sull'assemblea dell'altra mattina. Sul volantino maldestro e bugiardo,
(«Razzista senza se e senza ma», l'ha etichettato il responsabile
dell'Associazione sarda contro l'emarginazione, Antonello Pabis) che qualcuno
ha scritto incitando alla rivolta al grido di “Sveglia!!!” i sansperatini poco
accorti di fronte all'invasione «di oltre 400 rom». Peccato che quella folla
era fatta di venticinque, ventisette persone. Due famiglie. Molti minorenni, la
maggior parte bambini. «La responsabilità di quanto avvenuto, delle tensioni di
questi giorni è di quel volantino millantatore e stiamo valutando, anche come
amministrazione, i passi da fare», ha assicurato il sindaco all'Assemblea,
ribadendo che la vicenda rom è nata male «per via della mancata informazione da
parte del Comune di Cagliari, per la mancata comunicazione del progetto di
trasferimento dei rom dal campo sulla 554».
LA MINORANZA È stato il consigliere di minoranza Tomaso
Sciola a rimarcare «la spropositata reazione dei cittadini». Ha poi aggiunto:
«Sono preoccupato per l'immagine del nostro paese che per quarant'anni ha
dimostrato l'esatto contrario di quanto avvenuto in questi giorni, la sua
vocazione all'ospitabilità e all'integrazione. È ora è uscita fuori la parte
peggiore». Esplicita condanna sulla gestione di questa vicenda da parte
dell'Amministrazione comunale è stata espressa da Stefania Spiga, consigliere
Pd. «Si parla di un problema e non ci date ancora adesso i dati reali. Ma sono
poi davvero un problema due famiglie e i loro bambini? Quel volantino era
razzista, quell'informazione doveva essere immediatamente smentita e
condannata».
L'ex sindaco Tonio Paulis ha condannato gli eccessi della
protesta, detto no all'intolleranza ma ha anche preso le difese dei cittadini,
anche di chi ha protestato duramente per l'arrivo dei rom. «Se non ci sono le
condizioni diventa difficile ospitare adeguatamente chiunque. E poco importa se
siano nomadi, nordafricani o tedeschi. È difficile spiegare a chi ti chiede di
poter abitare in campagna, nel suo terreno agricolo, e gli dici di no, che per
i rom è diverso. Oppure convincere qualcuno dei tuoi concittadini che ti chiede
una casa popolare e gli dici che deve entrare in una graduatoria».
LA PROTESTA Duro, tenace l'intervento di Katia Pilloni
(consigliere di maggioranza). «Non userò eufemismi, noi abbiamo un problema.
Non sono un problema i rom, lo è, lo è stato il modus operandi del Comune di
Cagliari, della prefettura, in parte della Caritas. Nei confronti dei nomadi,
profondissimo rispetto».
Intanto oggi, a mezzogiorno in prefettura, si sarà
l'incontro tra i sindaci dei paesi dell'hinterland coinvolti nel progetto di
ospitalità. San Sperate e Monastir in testa, ma anche Cagliari.
LE INGIURIE Intanto San Sperate, ancora ieri, ha tentato di
riconquistare «l'immagine perduta» urlando, seppur a bassa voce, contro le voci
della xenofobia che troppi hanno ascoltato. Invenzioni, amplificazioni della
stampa. Delle tv. Così, ieri in aula, è stato più volte ribadito. Peccato che
anche l'altra notte, in via Pio La Torre, davanti alla casa dei rom, prima da
un motorino, poi da un'auto in corsa, il razzismo si è fatto sentire eccome.
Non di una comunità certo. Di scellerati sì. Che San Sperate, la gran parte di
San Sperate vuole ora condannare. E pretende che lo faccia, ufficialmente, chi
il paese lo amministra.
Commette reato chi discrimina per motivi etnici
Da L'Unione Sarda del 6.7.12
L'acceso dibattito sollevato dalla - doverosa - decisione
del Comune di Cagliari di sgombrare il campo Rom sequestrato dall'autorità
giudiziaria e cercare una sistemazione più civile alle persone che ci vivevano
ha sollevato le indignate reazioni dei benpensanti che da giorni ci affliggono
con considerazioni come "ma dopotutto sono nomadi, che vadano in
giro", "le case devono essere date ai sardi", "ridurranno tutto
come il campo Rom, le case del paese diventeranno discariche" (ma avete
mai visto il Poetto a fine giornata?), "portateli a casa vostra" e
altre gemme analoghe.
Ancora più grave è il fatto che persone che ricoprono
incarichi politici e istituzionali incoraggino queste pulsioni non certo nobili
dell'animo umano.
Fatico ad immaginare come si possano sentire le famiglie che
già si trovano a dover gestire un difficile cambiamento nelle loro abitudini
relazionali e di vita, e sto male al pensiero dei bambini che fanno parte di
quelle famiglie di fronte ad un'accoglienza così aperta ed entusiastica (la
famosa ospitalità sarda?).
È forse opportuno, allora, ricordare che l'articolo 3 legge
654/1975 punisce con la reclusione sino a tre anni chi "incita a commettere
o commette atti di discriminazione per motivi razziali, etnici, nazionali o
religiosi"; ossia - secondo la definizione data dall'articolo 1 della
convenzione di New York - realizza un comportamento che direttamente o
indirettamente comporti una distinzione, esclusione, restrizione o preferenza
basata sulla razza, il colore, l'ascendenza, l'origine nazionale o etnica, allo
scopo di distruggere o compromettere il riconoscimento, il godimento o
l'esercizio, in condizioni di parità, dei diritti dell'uomo e delle libertà
fondamentali in campo politico economico, sociale e culturale o in ogni altro
settore della vita pubblica.
La Corte di Cassazione ha già affermato, in casi analoghi,
che l'affissione di manifesti con scritte come: "No ai campi nomadi. Firma
anche tu per mandare via gli zingari" realizza il reato indicato. Gli
amministratori pubblici, inoltre, hanno un preciso dovere, stabilito
dall'articolo 43 della legge Bossi/Fini, di svolgere azioni positive per
rimuovere qualsiasi discriminazione e favorire l'integrazione di tutti nella
società. E per favore non si cerchino comodi alibi del tipo che sono gli stessi
Rom a rifiutare "le case dei sardi"; perché, come osservava Piero
Calamandrei, "quando l'articolo 3 della Costituzione dice che è compito
della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che
impediscono il pieno sviluppo della persona umana, riconosce che questi
ostacoli oggi vi sono di fatto e che bisogna rimuoverli".
Chiudo con una citazione, tratta da Cicerone:
"Dell'ingiustizia, invece, due sono le categorie: alla prima appartengono
quelli che commettono un torto; alla seconda, quelli che, pur potendolo, non lo
stornano da chi lo subisce".
Giorgio Altieri
giudice del Tribunale di Cagliari
Traccia dell'intervento della consigliera Stefania Spiga al consiglio comunale del 5 luglio 2012.
Traccia dell'intervento della consigliera Stefania Spiga al
consiglio comunale del 5 luglio 2012.
Dispiace l’attenzione mediatica negativa che in questi
giorni è stata posta su San Sperate. Dispiace ancora di più che l’immagine data
dalla nostra comunità che è sempre stata esempio di contaminazioni artistiche e
culturali internazionali, sia quella di paese di fatto incapace di aprirsi alla
cultura di un altro popolo.
Avrei voluto capire meglio quindi quale è il problema
all’ordine del giorno di oggi. Di quale emergenza si parla nella convocazione?
L’ordinanza di sgombero è stata presa in adempimento al
provvedimento del Tribunale di Cagliari, per cui, entro il 2 luglio, si doveva
procedere all'abbandono dell'area nella 554 da parte dei 157 residenti (93 sono
minori).
Da fonti giornalistiche, ci risulta che i Rom, circa 29
famiglie, hanno per la maggior parte già firmato i contratti di locazione in
abitazioni private: qualcuno provvederà a pagare l'affitto con proprie risorse,
ma ci saranno aiuti e contributi da parte della Caritas. Quindi,
quasi tutte le famiglie sono già state sistemate nei nuovi alloggi. C'è anche
un fondo regionale di 579 mila euro, originariamente destinato alla
riqualificazione del campo, che dovrebbe cambiare destinazione proprio per
finanziare il piano-trasferimento.
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